Azzalea ci racconta l’arrampicata dei suoi tempi

Azzalea ci racconta l’arrampicata dei suoi tempi

Guido Azzalea, Guida Alpina della Valle d’Aosta, ci ha concesso un po’ del suo tempo per raccontarci cosa si intendeva per arrampicata quando lui ha iniziato ad approcciarsi a questo sport, che negli anni ha subito parecchi e significanti cambiamenti….impensabile tornare indietro!!!!

” Correva l’anno 1970, avevo frequentato un corso di avvicinamento all’alpinismo con il Cai di Aosta. Le lezioni si tenevano alla palestra del Castello del Generale Cantore di Aosta. Lì, oltre a conoscere gli istruttori (tutte guide alpine), uscivo per la prima volta dal mio mondo, fatto di letture di libri di montagna, e avrei avuto la possibilità di conoscere qualche amico per condividere la stessa passione. All’ora si scalava con i pantaloni che arrivavano al ginocchio e gli scarponi: l’unico che scalava con delle specie di strane pedule, con la suola di corda, era la guida Ourla che, oltre ad essere molto bravo, era stato capo partigiano ed era prodigo di consigli per tutti noi. Andavo spesso alla sede del Cai di Aosta, sia per conoscere nuovi amici, sia perché lì c’erano anche parecchie ragazze ! Non avendo ancora la patente ci muovevamo in bicicletta e andavamo spesso alla palestra di Pollein. C’erano alcune brevi linee, su qualche placca aggettante, chiodate a chiodi a pressione: c’era una linea con un piccolo tetto orrizontale che mi faceva molta paura. Un altro posto era la palestra BC (ora peraltro ricoperta da reti di contenimento). Usavo una corda, moschettoni e staffe con i gradini di metallo. Si scalava in palestra non proprio per il gusto di scalare, piuttosto con l’intento di preparasi per le impegnative salite in alta montagna che richiedono un’adeguata preparazione sia fisica che tecnica. In seguito conobbi Pino Trevisan, che un giorno mi chiese di andare con lui a Pollein a fare passaggi…a sinistra in basso mi mostrò alcuni passaggi a 2/3 metri da terra che a me parevano impossibili. Tra l’altro scalava con le Clark’s con la suola di para! “Ma come?? E gli scarponi??” Colpo di scena..avrò avuto 13 anni e la cosa mi pareva scandalosa.

Segui’ la mia prima vera via in montagna con Ezio Donzel: la Ottoz all’Aiguille Croux. Fu una battaglia terrificante. Non mi ricordo quanto tempo ci mettemmo ma se non fosse stato per la bravura di Ezio le cose sarebbero finite male. Per me fu una dura lezione..una delle tante. Dopo aver fatto conoscenza con Roberto Francesconi, Alberto Cheraz e Daniele Presa, presi a frequentare il Bivacco Spataro. Si partiva in vespa da Aosta e si stava su qualche giorno. Non facevamo niente di eccezionale ma ci piaceva l’ambiente e ci facevamo un po’ di esperienza. Nel frattempo conobbi sempre al Cai di Aosta Marco Giordano. Marco era a quei tempi qualche cosa che usciva dai nostri schemi: girava con le molle in mano e faceva trazioni. Lo incontrai  un giorno all’Arevoire che traversava, slegato, il bordo della falesia. L’Arevoire a quei tempi era molto più grande e a sinistra, dopo la via del venerdì, proseguiva con un bel muro solcato da fessure. In seguito tutta questa fu inghiottita e demolita per fare il muro della galleria. Marco, prima di subire un grave incidente in Dolomiti, avrebbe aperto a Machaby la prima vera via di arrampicata sulla Corma, la via “Sara”, insieme a Danilo Chatrian. Il concetto ” Falesia ” non esisteva, le vie si facevano piantando chiodi e più ne mettevi e più ti sentivi bravo. Sempre in quel periodo mi ricordo di un tentativo allo Spigolo Bozzetti con Daniele Presa, dove a metà via, non trovando più chiodi, sono salito per 15 metri sul filo dello spigolo strisciando come un serpente fino alla sosta e rischiando un volo di una ventina di metri. Sul mercato uscirono le prime pedule leggere che sostituirono gli scarponi.Avevano tutte la suola rigida e solo alcuni modelli, tipo le “Galibier Yosemite blu”, avevano una suola leggermente più molle. Sempre in quel periodo conobbi Gian Carlo Grassi, con cui andai a scalare in Briançon, e per la prima volta vidi che usava due moschettoni con una fettuccia annodata per passare i chiodi…Scopertona !!!

Piano piano i pantaloni alla zuava lasciarono il posto a normali pantaloni lunghi…Marco Giordano scalava addirittura in blue jeans…arrivarono i primi imbraghi bassi (Il Don Whillans) tra le ira di vecchi istruttori che ne dichiaravano l’assoluta pericolosità. Nel 1975 presi la patente e quindi ci si muoveva un pò meglio. Si andava ad Arnad in Gruviera. Il secondo tiro di Topo Pazzo rimaneva comunque un severo test di arrampicata, c’erano forse quattro chiodi…era meglio il Diedro Rosso, dove almeno si saliva con le staffe. Prima di diventare Aspirante Guida cominciai a fare qualche salita in Bianco, con Pietro Giglio salimmo La Salluard, al Pic Adolphe (a quei tempi si andava in cima e non come adesso che ci si ferma a metà) e la Contamine, alla Pointe Lachenal. A quei tempi queste vie erano piene di chiodi e non si andava troppo per il sottile, si tirava tutto il tirabile, l’importante era andare in cima. In quell’anno, da solo, ero salito dalla cresta Sud Est del Grand Combin: ero arrivato alla meta ma non so ancora adesso come ! Chiesi ad una Guida svizzera da dove si scendeva per tornare in Italia…voleva a tutti i costi che scendessi con lui in Svizzera e dovetti scappare per non farmi prendere. Conseguito il brevetto di aspirante guida, e non avendo più voglia di studiare decisi di andare a fare il militare negli Alpini firmando per tre anni di servizio. Fu un pò come ricominciare tutto da capo ma questa è un’altra storia e dovremmo aprire un altro capitolo.

Nel 1975 parto militare, prima a Courmayeur al Centro Sportivo e poi a La Thuile. Il primo anno fui promosso Istruttore militare alla all’ora “SMALP di Aosta”, cosa che mi dette la possibilità di visitare, durante i corsi, le montagne della Grigna e delle Dolomiti di Corvara e del gruppo del Sella. Conobbi molte persone in quel periodo, erano tutti miei superiori e avevano molto da insegnare. Personaggi come Virgilio Epis, Fausto Lorenzi, Lorenzo Boi ecc…Quando il nostro capo ci dava il permesso, andavamo a scalare sui satelliti, vie moderne non ce n’erano e quindi salivamo più che altro le classiche. In caserma conobbi Beppe Villa e Franco Perlotto che avevano tutti un livello molto superiore al mio, infatti per me sono stati sempre un’aspirazione, un motivo per migliorare. Le falesie erano quasi sempre quelle. Un discorso a parte merita il Monte di La Saxe, dove Giorgio Bertone (a quei tempi uno dei più forti arrampicatori e guida alpina in circolazione) aveva aperto 2 itinerari su quella parete, uno con Renzino Cosson e l’altro con Enrico Frachey. Sono itinerari di 8/9 lunghezze con tratti in artificiale. Sopra l’acquedotto c’erano altri itinerari (vecchia palestra delle guide) che si percorrevano su ottima roccia in arrampicata mista. Di fronte c’é il Becco dell’Aquila, dove Angelo Piccioni aveva tracciato due itinerari sugli spigoli laterali. Parlo degli anni ’75/’76. Al Mont Chetif Giorgio con Renzino avevano tracciato diversi tiri con difficoltà che andavano in arrampicata libera fino al 5.

In quel periodo Fausto Lorenzi si congedò dal servizio militare e comiciò a dedicarsi a tempo pieno all’attività di Guida alpina. Sovente si trascinava dietro il sottoscritto e Roberto Francesconi. Con lui siamo andati allo Sperone della Brenva, dalla Svizzera al Grand Capucin ma anche alla scoperta di montagne francesi di media montagna (Glandasses e Cerces). Le cose cambiarono radicalmente quando nel ’77 Fausto mise gli occhi sulla Corma di Machaby. Credo che allora sulla parete ci fossero già tre itinerari: la Via Jaccod di Sandro Jaccod, la Sara di Marco Giordano e Le Bucce d’Arancia di Silvio Mantoan. Sta di fatto che Fausto, con me e Roberto, salì nel canale per arrivare alla prima cengia e poi su diritti passando a destra del tetto e poi su ancora diritti. Era qui che nasceva la via del Banano. Credo che in tutta la via Fausto avesse piantato un chiodo a pressione e forse altri 10 chiodi quindi vi lascio immaginare quale fosse il suo livello in arrampicata. Subito dopo seguì l’apertura del Diedro del Bue Muschiato e la 27 all’Alba che decretava il mio congedo. In Valle non c’erano molti scalatori e ci si conosceva bene o male tutti. Le vie sulla Corma cominciarono ad aumentare; Marco Giordano salì la Pulciotti a sinistra del Banano, raggiungendo un livello di 6b rigorosamente con gli scarponi. Se volete una sfida da fare con gli scarponi…..il diedro svaso é ancora li !!! Ah…e lui lo ha salito con 2 chiodi del cavolo, oggi ci sono ben 10 fix !!!

Avevo già salito la Bonatti al Grand Capucin con Roberto nel ’75 e ci tornai con Giorgio Viale nel ’77 in cui per la prima volta usai delle scarpette a suola liscia (Galibier PA). Pesavano circa 1 kg. l’una con 5 cm di suola, ma rispetto alle pedule sembrava di volare!! Alla fine degli anni ’80 arrivarono le scarpette EB e credo che quella fu la vera rivoluzione per tutti noi. Un giorno, Raoul Sestagalli, mi portò in una falesia sopra St.Vincent e mi fece vedere che aveva piantato un tassello da 8 con un punteruolo e una placchetta storta in lega di alluminio, il primo spit della mia vita !!!

Siamo alla fine degli anni ’70. Le vie sulla Corma continuano ad aumentare. Giannico Rossi, con pochi chiodi e dal basso, sale una bella variante al Diedro di Fausto (Maga Mago), Vittor Pisani sale Freevolezze, con Giannico salgo Erbetta per Bianchina (indovinate cosa avevo seminato alla base??), con Ugo Page saliamo una variante superiore della Jaccod (Principe azzurro). In quel periodo compare Corrado Framarin, fortissimo scalatore di Quart, che darà in seguito una forte scossa al movimento in Valle. Alla Corma apre due belle linee, Pepè le Moko e Patata Bollente insieme a Massimo Arcaro. Si aggira intanto un forte scalatore friulano che arrampica sempre slegato in Gruviera: Ernesto Lomasti, prima del suo incidente sale il pilastro in alto della Corma. A mio avviso questa via determinerà una delle svolte storiche per noi scalatori locali. Con Alberto Cheraz facemmo forse la prima ripetizione della via prendendoci degli spaventi senza senso. Due nostri amici avevano provato nei giorni precedenti e uno dei due era caduto sulla fessura obliqua iniziale fratturandosi una gamba. Mi ricordo che nei piedi avevamo le famose “San Marco” gialle e nere. Poco dopo Corrado F. con Massimo A. salì una linea a sinistra della via di Ernesto. Corrado dimostrò tutta la sua bravura salendo un diedro svaso di 30 m.

Ma torniamo a La Revoire….Un bel giorno si presenta Pascal Gravante, svizzero di Ginevra, ma cresciuto a Roma. Dice “Ma perché non la salite in libera??” Così corda dall’alto e giù a provare. In poco tempo altri scalatori del posto cominciarono a vedere e chiodare nuove linee grazie agli spit (sempre da 8 e messi a mano). Hans Marguerettaz e Luca Ferraris tra i più attivi. Sta di fatto che in poco tempo si passò dal 6c al 7b.Dopo un pò si aggirava anche un certo Andrea Plat che se pur molto giovane scalava bene. Naque tra loro “Mostro Alfonso”, “Messico e Nuvole”, “Spit Fire”, “Rain and Tears” e altre ancora… “

Guido Azzalea