Le cronache di Angelo Piccioni

La montagna: la più grande passione di Angelo Piccioni.

Ora pensionato di Morgex, Angelo ha trascorso tutta la sua giovinezza tra trekking e scalate sui monti della Valle d’Aosta: in possesso del diploma di Alpiere scelto dalla Brigata Alpina Tridentina e membro del Gruppo Alta Montagna, ha raggiunto la vetta del monte Bianco per la tredicesima volta, ha aperto due vie al Dome de Rochefort nelle pareti sud e est, ha risalito la parete sud dell’Aiguille du Triolet, ha aperto una via diretta dal lato nord-ovest del Dente del Gigante e ha trascorso un Natale da solo all’Aiguille Noire. Molte delle sue esperienze sono pubblicate sulla “Rivista mensile del Club Alpino Italiano”.

NATALE DA SOLO SULL’AIGUILLE NOIRE DE PEUTEREY

Salita all’Aguille Noire de Peutérey nei giorni di Natale 1970, dalla rivista mensile del Club Alpino Italiano

Vi sono dei giorni in cui sembra che tutto cada davanti ai tuoi piedi, e degli altri in cui pare che nulla sia importante per te. Così pensavo quando cullavo il desiderio di fare qualche salita; infatti, quando tutto sembra realizzarsi come si sperava, basta un nulla — il sopraggiungere, per esempio, del cattivo tempo — per essere delusi e dover rinviare a chissà quando l’assalto alla meta tanto desiderata. Io che non sono nato in montagna, ma bensì al mare, pensavo che gli uomini che scalano le montagne fossero diversi dagli altri, e, per qualche verso — ne sono convinto ancor oggi — non mi sbagliavo; tuttavia desideravo conoscere qualche alpinista. Il destino volle che un giorno arrivassi a Courmayeur che, un tempo, era la culla dei veri alpinisti. Ormai il mio non era più un sogno: ebbi modo di conoscere persone famose come i «K 2» Walter Bonatti, Sergio Viotto ed Ubaldo Rey, ed altri alpinisti celebri, come Toni Gobbi ed il sempre vivo Adolfo Rey. Stringer loro la mano era davvero un privilegio per un uomo come me. Il paesaggio costituito da sole montagne mi diede subito l’impressione che non tutti, me compreso, avessero la gioia di poter posarvi i piedi, così come posavano su esse lo sguardo. Ricordo ancora la prima volta che mi venne l’idea di fare una passeggiata fino alla capanna Borelli e vidi degli alpinisti aggrappati alle rocce; pensai che quella fosse gente pazza, e mi divertii a guardare le loro acrobazie rinunciando alla gita che avevo in programma. Forse però, già in quel momento, capii che cosa significasse l’andare in montagna e cosa occorresse: tutti loro infatti erano legati alla corda, mentre io ero addirittura in maglietta e senza corda, che, peraltro non avrei saputo usare. La mia prima spesa fu così per una corda, un paio di scarponi ed una leggera giacca a vento. Ormai sapevo come impiegare le giornate libere: ogni tanto andavo a far visita a qualche rifugio, compreso il Borelli che è uno fra i più impegnativi della zona. La montagna mi affascinò completamente. Un giorno, salito in funivia al rifugio Torino, vi trovai gli amici Bonatti e Zappelli i quali partivano per una salita; Bonatti mi disse: «Vieni con noi?». Non mi sembrò vero, ed accettai l’invito. Legato alla corda di Bonatti mi sentivo quasi un alpinista. Così, una dopo l’altra, le mie escursioni si susseguivano; per lo più le facevo da solo, forse anche a causa del mio carattere un po’ chiuso e poco socievole, o forse perché i veri amici sono molto rari. Ma quando si ama veramente la montagna, come l’amo io, non ci si deve mai sentire completamente soli, perché la montagna vale come molti cari amici. Da qualche tempo desideravo conoscere da vicino l’Aiguille Noire de Peutérey, della quale ho sempre ammirato la struttura; i suoi quattro poderosi versanti colpiscono tutti gli alpinisti. L’avevo già salita per la lunga via normale. Avrei però voluto salire, in compagnia di qualche amico, la via meno ripetuta, e cioè la «Crétier-Ollietti» sulla parete sud, aperta nel 1932 e da allora non più ripetuta. Decido di salirla nell’inverno 1970, ma non trovo compagni. Hanno tutti paura, o io non sono fatto per loro? Sono forse un incosciente? Non credo di esserlo perché, per me, andare in montagna non vuol dire morire; per me significa conoscere un mondo nuovo dove la natura non tramonterà mai. Il bel tempo dura ormai da venticinque giorni ed il mio allenamento non ha tregua: oltre alle salite ed alla palestra, trascorro ore arrampicato sui muri di casa mia. Inoltre da qualche giorno ho abbandonato il letto a mia moglie per andare a dormire sul tetto. Il ventiquattro dicembre sono in perfette condizioni. Il tempo è bello; fa solo freddo: non potrei desiderare nulla di meglio. Il mio sacco è già preparato da qualche giorno. Solo mia moglie non è rassegnata alla cosa, ed in fondo mi rendo conto che debbo lasciarla sola proprio il giorno di Natale, con i miei bambini Claudio di otto anni e Mara di quattro; cerco comunque di convincerla, anche se non è facile; lei riesce a capirmi forse perché sa che in fondo ho solo questa passione. Nel pomeriggio salgo alla capanna Borelli e, visto che ho tempo, mi porto alla base della parete dove lascio il materiale per la salita; ho anche il tempo di attrezzare con due corde il primo tratto di placche, così il giorno dopo avrò solo da attaccarmi alle corde e potrò salire velocemente. Quindi alla luce della lampada a pila ridiscendo velocemente alla capanna. Nonostante la stanchezza di tutto il giorno, non riesco a dormire che ad intervalli di pochi minuti, una mezz’ora in tutto sì e no: sarà questo comunque l’unico sonno di tutta la mia salita. Il 25 dicembre lascio il rifugio. Alle sei sono alle corde fisse lasciate il giorno prima. Il freddo è intenso ma l’alba è splendida. Raggiungo il sacco, accendo il fornellino a gas, faccio sciogliere un po’ di neve e mi preparo del tè caldo: sarà l’ultimo di tutta la salita perché perderò il sacchetto con tutte le provviste. Preparo il materiale e sono pronto a partire. Lo sperone su cui si svolge questa via punta in direzione della Punta Brendel, o «quarta torre», che sembra innalzarsi senza rivali; questo sperone si compone per lo più di placche. L’arrampicata inizialmente è facile; mi sento tranquillo; ne avrò ancora per trecento metri e poi dovrò attraversare verso destra dove credo ci saranno le maggiori difficoltà perché la parete, vista di qua, sembra quasi strapiombare. Lo sperone non è molto esposto e continua con placche nere incrostate di ghiaccio che mi costringono a lavorare di piccozza ed a salire con maggior prudenza, anche se finora non ho per nulla preso la salita alla leggera. Il sole è appena spuntato e per un attimo mi consola con il suo calore; ma è solo un attimo e poi è come se non ci fosse: l’aria è gelida e mi fa tremare. In tasca ho dei batuffoli di cotone ed una boccetta di alcool: ogni tanto ne accendo uno per scaldarmi le mani. I guanti sono molto utili ma sovente devo toglierli e soffrire il freddo per avere una maggior sicurezza di presa con le mani. Giungo finalmente alla biforcazione dove inizia la traversata verso destra, ben marcata ma molto esposta. Una colata di ghiaccio mi costringe ad un lavoro di piccozza piuttosto delicato, in quanto non ho i ramponi né un chiodo da ghiaccio che in questo momento mi farebbe molto comodo. Un muro di una trentina di metri è il primo passo verso destra: un quarto grado che supero con cinque chiodi. Questo punto nella stagione estiva è forse il più sicuro e riparato dalla caduta di pietre che sono molto frequenti perché tutti i canali confluiscono qui. Anche il povero Crétier lasciò intendere che le maggiori difficoltà sono senz’altro date dalla caduta di pietre. Uscito da questo muro mi trovo davanti a dei blocchi ammassati e pronti a cadere al primo urto. Li aggiro sulla sinistra anche se debbo superare una fessura di circa sei metri che mi impegna per ben mezz’ora. Intanto non mi sono accorto che delle nuvole basse sono alle mie spalle ed incominciano ad avvolgere la parete; ciò che mi preoccupa di più è che il freddo si è di colpo attenuato; è imminente la neve — penso — e mi immagino già avvolto dalla tormenta con la sua furia, mentre altri pensieri corrono dalla mente alla mia famiglia che forse è già in pena per me; mi vedo già precipitare penzoloni, legato in un sacco. Fra i pensieri e la stanchezza mi viene quasi sonno; accendo un po’ di cotone, mi scaldo le mani e riprendo il coraggio ormai quasi assente. Ho una gran voglia di bere e decido così di gustare un po’ di vino; ne ho una borraccia piena, ma la sorpresa è piuttosto amara: il vino è un pezzo solo gelato. Mangio allora qualche pezzetto di ghiaccio e riprendo la salita. Come un miracolo smette di nevicare ed un leggero vento da nord spazza via le nubi: mi sento davvero felice nonostante il freddo che mi blocca. A questo punto dovrei avere già scalato i tre quarti della parete. Il buio si fa sentire. Sopra di me c’è un muro sporgente dove penso di sistemare il bivacco; lo spazio non è sufficiente per potermi sdraiare comodamente, ma è al sicuro dalle raffiche di vento e da eventuali cadute di pietre. Prima che sia buio voglio piazzare alcune corde fisse così che domani mattina avrò solo da attaccarmi ad esse per circa cento metri senza troppo faticare. Bello o cattivo tempo, ormai la via d’uscita è solo verso l’alto. Ormai è buio e si incominciano a vedere le luci sotto Courmayeur. Inizia il lungo bivacco: il freddo, minuto per minuto, si fa sempre più sentire (saprò, al mio rientro, che nella notte di Natale la temperatura a 3500 metri è scesa a ventiquattro gradi sotto lo zero). Vorrei tanto bere un sorso di tè caldo ma non posso perché questa mattina il sacchetto dei viveri mi è precipitato nel vuoto. Per buona abitudine tengo sempre qualcosa nel sacco: trovo infatti un pezzo di arrosto che è tutto di ghiaccio ed un po’ di parmigiano, che in montagna gradisco molto. Fra tutti i pensieri che corrono nella mia mente il più frequente è quello per casa mia, dove mia moglie ed i miei cari bambini aspettano il Natale mentre io sono sperduto in mezzo a queste rocce. Vorrei persino chiedere: «Ma perché sono qui?», ma non lo faccio perché io solo ho voluto venirci. Quando il freddo si fa sentire più forte ed incomincio a tremare, non posso fare a meno di invidiare chi sta nel caldo della propria casa con l’affetto dei suoi cari, specie oggi che è Natale. Da qui si vedono le luci del Verrand e di Pré-St-Didier dove abito io; fra quelle vi è la luce di casa mia e per un attimo mi sento persino fra i miei cari. In montagna di solito canto, e quindi anche questa notte non posso farne a meno, e così comincia il concerto, tanto per ingannare il tempo fino alle ore che precedono l’alba, che sono le più fredde di tutta la notte. Il rossore che precede l’alba preannuncia una splendida giornata. Alle prime luci riprendo a salire; ormai la parete non presenta più grandi difficoltà ed è quasi parallela alla via normale. Il sole è alle mie spalle e, anche se non si sente il suo calore, mi tiene compagnia; ma per poco, perché d’un tratto non vedo più la parete: le nuvole l’hanno completamente avvolta. Comincia subito a nevicare, ma al punto in cui mi trovo, non mi preoccupo molto: sono a meno di 250 metri dalla via normale che mi consentirebbe una ritirata abbastanza veloce. Ancora una volta però non ce n’è bisogno perché, di lì a poco, il tempo è nuovamente bello: non poteva essere un miglior compagno della mia scalata. Dimentico ora tutte le mie pene: in questo momento nulla potrebbe darmi una gioia più grande. Ora non potrei più invidiare coloro che hanno trascorso il Natale al caldo.. Un veloce sguardo attorno, e poi giù, ansioso di vedere la mia famiglia alla quale dovrò dire d’aver fatto una esperienza che non potrò dimenticare e di aver trascorso il Natale più bello della mia vita.

DAME DE ROCHEFORT

Prima direttissima alla parete Est

DENTE DEL GIGANTE M. 4014- PARETE NORD-OVEST

Le congratulazioni ricevute per le imprese compiute…

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